Lettera aperta ad un’anima persa – Daniela Argentino

Una lettera aperta, un racconto breve scritto da Daniela che, abitando a Milano in via Cassinis, da anni vede una moltitudine di ragazzi distrutti dall’eroina che ogni giorno si recano nel bosco di via Sant’Arialdo per comperare la droga. Questi ragazzi sono ora anime perse, ombre di esseri umani. Sono ragazzi. Salviamo le vite!

Ti vedo. Ti osservo. Ti spio. E tu non lo sai. Ignori il mio sguardo di commiserazione e biasimo che cerca di trovare una giustificazione al male che ti fai. E l’oscurità di questa notte mi è complice, insieme a quel neon che ti illumina da protagonista vincendo la tua brama di invisibilità, mentre dalla mia piccola finestra sul mondo, come una radiografia, passo in rassegna ogni tuo minuscolo gesto autodistruttivo. 

Le persone sono così universalmente simili quando abbassano la guardia – sosteneva Larita in “Un Matrimonio all’Inglese”. E tu non sei diverso. Forse solo un po’ più incosciente; forse solo un po’ più strafottente. Forse solo più (in)sofferente.

Te ne stai lì, seduto su quella panchina, sul primo binario della ferrovia. Ti senti padrone del mondo con la tua dose di veleno in mano, pronto ad assaltare ancora una volta quei sentieri di epidermide martoriati e privi di ogni cellula di dignitá che da mesi ormai vedono solo sangue, lacrime e saliva. Ma non sei padrone neanche della tua vita, figuriamoci quanto tu possa esserlo di quel posto, trono della tua disfatta, su cui torni a sederti ogni sera, giorno dopo giorno, nuovamente sconfitto dalle tue debolezze e dalla tua vigliaccheria, fagocitato nel vuoto della tua esistenza. 

Svegliati. Apri gli occhi. Guardati e cerca in un riflesso la tua immagine: non la vedrai, quanto è vero che a un’ombra non è concesso specchiarsi. 

Lo spettro che sei diventato incuterebbe timore persino ad uno zombie. E probabilmente sei tu il proverbiale Uomo Nero alla cui presenza funesta ci abituano fin dall’infanzia, per metterci in guardia e renderci consapevoli dell’esistenza di un lato oscuro.

Ti sono vicina, eppure non mi avvicinerei mai, perché sì, lo ammetto, ho paura di te. Come se questo tuo sprofondare verso il baratro fosse contagioso; come se sfiorarti appena potesse calamitarmi nel tuo profondo blu notte.

Un film che amo dice che “se esiste un qualsiasi Dio, non sarebbe in nessuno di noi, né in te, né in me, ma solo in questo piccolo spazio nel mezzo; se c’è una qualsiasi magia in questo mondo, dev’essere nel tentativo di capire qualcuno condividendo qualcosa”. Ma io e te non ci capiremo mai, perché non riusciamo a condividere null’altro al di fuori dell’aria che respiriamo e della via che ci scopre, nostro malgrado, vicini di casa. 

Una via che oggi è uno spartiacque, la terra di mezzo che quelli come te vorrebbero fosse fatta di niente e vissuta da nessuno, ma che invece, ancora, resiste stoicamente tra i fischi dei treni di passaggio in stazione che confondono i saluti di chi parte o chi ritorna, e ancora gli abbracci scambiati dagli individui alla fermata dei pullman a lunga percorrenza quasi fossero promesse tra corpi che hanno l’urgenza di cercarsi e respirarsi per scambiarsi la pelle e gli odori, come vestiti dati e presi in prestito, per ricordarsi l’un l’altro fino al momento in cui nuovamente si ritroveranno. Una via che ancora sopravvive stordita nel caos di clacson e sirene; nel vociare lamentoso di sconosciuti pendolari che diventano un po’ meno sconosciuti ingannando insieme l’attesa di un mezzo puntualmente in ritardo. Una via che si arricchisce delle riunioni di condominio di quattro randagi da cortile; dei passi incerti, ma curiosi degli anziani che, osservando gli eterni cantieri, si distraggono dall’abitudine e confondono il conto del tempo che manca alla fine del loro tempo con quello del countdown biblico per il termine dei lavori; dei silenzi ansiosi degli studenti che i primi freddi del mattino sorprendono chiusi in loro stessi, oltre che nei loro parka, a ripetere mentalmente una lezione che non impareranno mai, mentre la 95 li traghetta all’ennesimo esame che li metterá alla prova; delle manifestazioni pacifiche dei vicini di casa che, come valchirie sessantottine, ritrovano, nella missione di restituire al proprio quartiere l’immagine serena e godibile di qualche anno fa, ancora nuovi scopi e nuovi motivi per farsi comunitá e per sentirsi utili. Per sentirsi vivi.

Dimmi, te lo ricordi ancora tu, quando eri come loro, un’anima bella, adesso persa, ma non per questo, forse, meno bella?

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